Antonio Gerardi, volontario di LILT Bolzano, ritratto con le braccia conserte all'interno della sede dell'associazione.

Quindic’anni di volontariato tra reparto, appartamenti e amicizia

Antonio Gerardi: “Basta un sorriso ed è il loro coraggio che aiuta me”

Antonio Gerardi, 50 anni, impiegato, è entrato a far parte della famiglia LILT Bolzano quasi per caso, nel 2013. Abitava proprio sopra la sede dell’associazione e “galeotto” fu l’incontro con la coordinatrice Giuliana che, riconosciutone sensibilità ed entusiasmo, gli propose di rendersi utile alla Lega: da quel giorno non si è più fermato.

Spontaneamente simpatico e profondamente dedito agli altri, Antonio è uno di quelle persone che trasformano la generosità in vocazione. Il suo spirito non conosce cedimenti: ogni occasione è buona per trascorrere del tempo accanto ai malati, portarsi in aeroporto o in stazione per accoglierli se vengono da lontano, o dedicare una telefonata a un familiare in “crisi” Anche se non di rado questo si traduce in permessi chiesti al lavoro, ferie sacrificate, tempo sottratto alla vita privata. Eppure Antonio non esita un istante. Perché sa (lo racconterà con una franchezza che scalda il cuore) che accanto a chi soffre s’impara a guardare la vita con occhi diversi.

Cosa ricorda della sua prima esperienza in reparto?

“Fui affiancato da una volontaria, una persona splendida, che mi ha guidato e mi è stata a fianco passo dopo passo. Tensione ed emozione del resto erano palpabili, ma niente in confronto alla commozione che seguì quel primo confronto con il reparto: mi resi infatti conto che più che aiutare loro, sono spesso i malati che aiutano te, che danno, tantissimo. Qualcuno ha bisogno di parlare, altri preferiscono starsene per i fatti propri. Ma il rapporto che si crea è qualcosa che è difficile da spiegare per quanto prezioso. Ogni volta imparo qualcosa, guadagno positività, mi faccio forza del loro coraggio e porto questo dono con me in ogni ambito della mia vita, ogni giorno.”

C’è un episodio in particolare che le è rimasto impresso?

“Ricordo una signora di 65 anni che aveva purtroppo pochi mesi davanti a sé. Ne era cosciente. Avrebbe potuto lasciarsi andare eppure continuava imperterrita con i trattamenti dicendo ‘Se non per me, magari, serviranno alla ricerca, a migliorare la conoscenza della malattia”. Dava forza a tutti gli altri. Di fronte a simili esempi ogni tuo problema personale scompare e i sorrisi, i ‘grazie’ sussurrati si fanno senza prezzo. Di alcuni pazienti ho perso le tracce, di altri che non ci sono più conservo il ricordo, ma mi è capitato anche di reincontrane i figli o genitori. E a proposito di queso: una volta stavo parlando con una ragazza giovane e bellissima a cui chiesi se stesse accompagnando la madre con cui l’avevo vista poc’anzi. Era il contrario mi spiegò: era lei la paziente. Ancor oggi a ripensarci mi si gela il sangue. Certi incontri davvero restano impressi per sempre”.

Nel 2015 ha vissuto in prima persona il dramma della malattia in famiglia…

“Sì. Quello che chiamo il mio ‘incidente di percorso’: la malattia di mia moglie. In quel periodo l’associazione ci ha sostenuto enormemente. Andavo da loro al piano di sotto a piangere per non farlo in casa davanti a lei. LILT ha aiutato tanto, davvero tanto. Quell’esperienza ha reso ancor più profondo il senso di ciò che l’associazione fa e di quanto farsene volontario contribuisca”.

Da qualche anno si occupa anche degli appartamenti per i pazienti in cura in città.

“Per lo più vi gestisco piccole necessità di manutenzione, con due colleghe stupende accolgo gli ospiti o li vado a prendere all’arrivo in città. Spesso mostro loro quanto serva a farsi un’idea della geografia cittadina, soprattutto per i servizi di prima necessità come farmacia, ospedale o fermate dell’autobus. LILT Bolzano dispone di ben quattro appartamenti, sempre pieni e richiestissimi: un servizio che fa davvero la differenza per molte famiglie. Con alcuni ospiti si sono creati poi legami profondi e capita che ogni tanto ci sentiamo ancora a distanza di anni dalla loro permanenza. Quando qualcuno magari arriva dal Sud o dal Centro Italia, del resto, avere una figura di riferimento anche solo per un’informazione o un consiglio può dimostrarsi importantissimo.  Capita così che, durante la permanenza, li vada anche a trovare in ospedale, quando posso. Ma spesso solo il fatto di ‘esserci’, di rappresentare un numero amico da chiamare al bisogno conta tanto. Per questo non è raro che si formino fiducia e legami cha vanno oltre la parentesi di cura”.

Un supporto, dunque, che spazia tanto ai pazienti che ai loro familiari?

“Spesso quest’ultimi sono i primi ad essere smarriti: capita così che li accompagni per le prime spese, li aiuti ad orientarsi, ma va considerato anche il carico emotivo che grava sulle loro spalle. Se il malato oncologico è attentamente seguito dallo straordinario personale di reparto (assistenza psicologica compresa), è proprio nel sostegno ai parenti che noi volontari possiamo fare la differenza. È comprensibile che i familiari cerchino di farsi vedere sereni e coraggiosi dal malato, ma si può solo immaginare cosa stiano passando. Durante le lunghe e stressanti ore delle infusioni, allora, io e i colleghi cerchiamo di rendere la loro attesa più sopportabile. In quei momenti capita sovente che si raccontino. Noi cerchiamo di farli sentire meno soli, d’esser per loro amici, confidenti o, meglio ancora, estranei disposti ad ascoltarli. Spesso infatti parlare con uno conosciuto aiuta moltissimo”.

Com’è il rapporto con gli altri volontari?

“Bellissimo, siamo molto uniti: una grande squadra, ognuno con competenze più o meno specifiche o anche soltanto con la voglia di mettersi a disposizione. Una volta al mese incontriamo la nostra bravissima psicologa: ci riuniamo, condividiamo qualcosa ci ha colpito o fatto male, arricchito o turbato. Sono tredici anni che collaboro con LILT e non potrei apprezzarne di più le attenzioni a noi volontari. Ho incontrato persone meravigliose che vedo ora quasi come una seconda famiglia. E se non capita di vedersi ad uno dei tanti eventi promossi dall’associazione ogni tanto si decide per una pizza e due chiacchiere. Si è creato un rapporto davvero speciale”.

A proposito di famiglia: quella reale non risente del tempo che dedica a LILT?

“Non direi, anche perché per quanto ne sottragga, quello di qualità che riesco a restituire loro grazie a LILT compensa perfettamente. Non è mai tempo ‘rubato’, ma ‘donato’ con la convinzione che soddisfazioni ed emozioni profonde rendano di maggior valore lo stare insieme. Lo stesso posso dire per il lavoro: là dove ognuno tende ad una visione egocentrica (atteggiamento che alla lunga risulta logorante) l’esperienza del volontariato mi ha donato una serenità che porto in ufficio ogni giorno. Una sorta di benessere e gioia di vivere che col tempo ha contagiato anche i miei colleghi (molti di loro si sono infatti a loro volta sostenitori o volontari LILT)”.

Continuerà a fare attività di volontariato?

“Finché ce la faccio, ci sarò. E spero anzi di fare sempre di più, non meno. Quando andrò in pensione vorrei infatti dedicarmi a quelle piccole ma importanti attività di sostegno agli eventi promossi dall’associazione: montare, smontare, il trasporto…. Sono momenti bellissimi, partecipati, ricchi di energia”.

Cosa direbbe ai giovani per avvicinarli al volontariato?

“Che aiutare il prossimo significa volersi bene, farsi del bene. Non credo che i giovani non siano attratti dal volontariato: semplicemente sono solo indecisi, non lo conoscono. Se solo ci provassero sono certo che scoprirebbero un mondo coinvolgente, crescerebbero, imparerebbero che c’è del bello nell’altro e nel mondo, allontanerebbero la tristezza e sarebbero felici”.