Di Pasquale: “Leggo ogni persona come fosse una partitura e la musica innesca la relazione”
Per quasi quarant’anni il violino è stato la sua voce sui palcoscenici, finché la musica le ha rivelato un altro, meraviglioso volto del suo immenso potenziale: quello d’accompagnare e sostenere chi attraversa la malattia. Mariarita Di Pasquale, diplomata in violino al Conservatorio e per lunga parte della carriera artistica membro dell’Orchestra Haydn, è stata tra le prime musicoterapeute formate a Bolzano. Qui, nel 2003, ha concluso con il massimo dei voti il primo corso triennale attivato sul territorio, facendosi quindi di lì a poco guidare dalla passione ad altri traguardi: la laurea triennale e quella specialistica in psicologia. Da alcuni anni Di Pasquale collabora con LILT Bolzano, mettendo le sue competenze musicoterapiche al servizio dei pazienti oncologici, attraverso percorsi individuali e di gruppo. Obiettivo: aiutarli a ritrovare equilibrio, serenità e contatto con sé stessi. Farsi cullare e guidare dalla musica a nuove energie.

Il suo legame con la musica ha radici lontane. Com’è arrivata alla musicoterapia?
“Suono da quando avevo dieci anni e da allora non ho mai smesso. La professione in orchestra è stata da sempre il mio lavoro finché, attorno al Duemila, ho iniziato a sentir parlare di musicoterapia: la curiosità di questa nuova dimensione di possibilità in musica si è tradotta in una spinta fortissima. Ho frequentato il corso triennale, il primo proposto sul territorio, così iniziando ad osservare la musica che tanto amavo da nuove, interessantissime prospettive. La mia visione si è ampliata enormemente e, con lei, il bagaglio d’emozioni, competenze ed esperienze che, già dal primo approccio agli studi musicologici, sono andata entusiasticamente a sperimentare”.
In Italia, allora, la disciplina era del resto ancora poco nota…
“Le sue radici affondano soprattutto nei Paesi anglosassoni. I primi riscontri pratici arrivarono con i reduci della Seconda guerra mondiale quando, negli istituti in cui erano curati, ci s’avvide dei grandi benefici che la musica portava al loro benessere e recupero psicologico. Da lì sono iniziati i primi studi, sperimentazioni e indagini scientifiche, ma anche le necessarie regolamentazioni utili ad esercitare la musica con finalità terapeutiche anziché educative. Quando sentii parlare la prima volta di musicoterapia era, in Italia, un territorio ancora quasi inesplorato. Devo tuttavia ammettere con rammarico che, per quanta informazione e sensibilizzazione si sia fatta negli anni successivi, ad oggi non è scontato che se ne comprendano appieno caratteristiche, significato e potenziale”.
Come ha conciliato l’orchestra con questa nuova professione?
“Nel tempo libero dall’attività di violinista non ho mai smesso di praticare o partecipare a progetti di musicoterapia. Sono sempre stata convinta che si impari facendo e, di conseguenza, ho sempre cercato di conciliare al meglio le due cose. Anche se talora poteva risultare faticoso, del resto, la soddisfazione ripagava pienamente. Ricordo uno dei tirocini previsti dal percorso di studio: mi ha permesso di confrontarmi e lavorare con ragazzi e adulti con disabilità ed è stata un’esperienza unica. Quando, per raggiunti limiti d’età, si è chiusa l’esperienza in orchestra, ho proseguito a tempo pieno nel mio studio, sempre più dedicandomi anche a persone post diagnosi o in trattamento oncologico”.
Perché proporre musica e fare musicoterapia non sono la stessa cosa, giusto?
“No. Si possono svolgere attività con il suono, magari con vibrazioni che hanno senz’altro effetti positivi sul corpo, ma la musicoterapia è altro. Avviene all’interno di una relazione terapeutica tra un professionista formato, e una o più persone in cura, in modo molto più diretto e mirato. Il musicoterapeuta deve sapere quale musica serve in quel preciso momento. È un’attività complessa che necessita di specifiche competenze”.
Quali effetti produce?
“Semplificando, e sapendo che la ricerca continua a progredire come in ogni disciplina scientifica, oggi sappiamo che la musica genera un’attivazione generale di diverse strutture nel cervello,restituendo benessere ed energia. Inoltre sappiamo che interviene in modo particolare sul cervello limbico destinato all’elaborazione delle emozioni e va, quindi, a toccare direttamente la sfera più intima promuovendo i ricordi, anche quelli non coscienti. È del resto dimostrato come coinvolgendo l’ippocampo, si attivi il sistema della ricompensa: la persona si sente gratificata e prova gioia. Serve però la musica adatta. Sfatiamo un luogo comune: non tutta la musica in questo senso fa bene”.
Come è nata la collaborazione con la LILT di Bolzano?
“Mi occupavo già di oncologia pediatrica, con bambini affetti da patologie ematologiche. In seguito mi sono dedicata all’oncologia adulta e, alcuni anni fa, ho conosciuto la LILT, che da subito ha dimostrato di cogliere il valore della musica come co-strumento di cura e benessere. Insieme siamo riusciti a costruire una collaborazione che aggiungesse ai già tanti ed ottimi servizi proposti dall’associazione, anche percorsi gratuiti di musicoterapia. Qualcuno fatica ancora a capire di cosa si tratti, ed è comprensibile: sono esperienze di cui si coglie l’utilità solo vivendole. Una paziente che aveva conosciuto la musicoterapia già prima della diagnosi mi ha confermato quanto la LILT sia ‘avanti’ su questo fronte. Sentirlo dalla voce di chi sta soffrendo è per noi motivo d’orgoglio”.

A chi si rivolge il servizio?
“LILT offre fino a dieci incontri individuali e gratuiti per paziente oncologico. Quando se ne ravvisa la necessità, tuttavia, li estendiamo anche ai familiari. Capita spesso di accompagnare la persona lungo tutto l’iter di cura fin dal trauma della diagnosi, il momento in cui cambia radicalmente la visione della propria esistenza. Da lì si entra in uno spazio e in un tempo diversi da quelli di prima, e servono sostegni. La musicoterapia può essere uno di questi. Naturalmente spetta alla persona sceglierla, ma credo che sperimentarla sia importante. A volte non si sa cosa sia, poi la si scopre e, vivendola con il corpo e con la mente, se ne comprende e apprezza appieno il senso. Accanto agli incontri individuali esistono anche percorsi di gruppo: piccoli numeri, adatti a percepire pienamente presenza e assistenza dedicata da parte del terapeuta”.
In particolare quali obiettivi perseguono questi percorsi?
“Aiutano ad entrare in contatto con il proprio corpo e con le proprie emozioni, a gestire ansia e stress, ritrovare equilibrio. Tutto questo avviene attraverso la musica, dentro la relazione terapeutica. Quando si favorisce il benessere psicofisico del paziente oncologico e se ne migliora la qualità della vita, si aprono scenari incredibili. Si parla sempre più di ‘umanizzazione delle cure’ (tema al centro anche di un recente convegno) e la LILT in questo è davvero all’avanguardia. Nel percorso di cura è fondamentale prendersi carico della persona a 360°. I farmaci sono essenziali e indispensabili, ma chi è malato va sostenuto da plurimi punti di vista”.
Concretamente, come si svolge un incontro?
“L’ora dedicata alla seduta individuale comprende sempre uno spazio verbale, utile a mettere a fuoco il momento. In base alla persona apro con un breve colloquio, che diventa anche occasione di conoscenza se è la prima volta che ci vediamo: condividiamo temi e pensieri. La parte musicale è variabile e la tecnica può cambiare nel corso della stessa ora. Si parte dall’ascolto della musica e dei suoni, ma anche del proprio corpo. Poi c’è l’attivazione attraverso la voce, il nostro primo strumento, importantissimo. Insieme sperimentiamo anche quelli più “tradizionali”, ma non occorre saper suonare. In ognuno esiste del resto una musicalità di cui spesso non siamo consapevoli e il musicoterapeuta sa farla emergere. Si lavora infine anche con il corpo nello spazio e sul rilassamento, con cui magari si conclude. Al termine può esserci un breve confronto, anche per rendere più consapevole ciò che si è vissuto”.
Non a caso nel suo lavoro ha introdotto anche la mindfulness…
“Sì, ne ho coniugato i principi con la musicoterapia. Insieme, le due discipline possono persino accrescere reciprocamente i propri effetti benefici. Ma seguo anche pazienti che praticano yoga: ci sono differenze, ma pure in questo caso l’integrazione è possibile. Chi già lo pratica potrebbe pensare di sperimentare un percorso congiunto.”
Come sceglie i brani da proporre?
“Gli studi ci dicono che la musica con gli effetti più positivi sulla memoria emozionale è quella preferita. Per questo, nei percorsi individuali, chiedo quale genere piaccia. Non la uso però in modo esclusivo e, lo ribadisco, non tutto è positivo: alcuni generi potrebbero avere effetti negativi. Quella preferenza mi serve piuttosto per “mappare” l’esperienza della persona. Facciamo un ascolto condiviso ed entriamo in vibrazione comune. Leggo la persona come fosse una partitura: la osservo, stabilisco con lei una comunicazione profonda e, da tanti piccoli dettagli, colgo la musica che potrebbe aiutarla. A volte serve a cambiare uno stato d’animo, altre a confermare un’emozione positiva o a contenere quelle negative come ansia e stress. La musica diventa così trasformazione verso una condizione con meno difficoltà o più risorse. Le interazioni sono sempre musicali e capita che io stessa suoni il violino o il pianoforte, improvvisando. Non eseguo brani: mi lascio guidare da ciò che vedo nella persona”.

I gusti musicali cambiano molto da paziente a paziente?
“In base all’età e alle inclinazioni mi vengono indicati generi molto diversi. Capita spesso però di sentirmi rispondere ‘mi piace tutto, ascolto tutto’. Per me, comunque, è solo una piccolissima parte del colloquio. Le differenze ci sono, perché siamo tutti diversi per sensibilità e preferenze. Con chi dice di apprezzare ogni genere raramente comincio proponendo la musica classica, la mia preferita. Può stupire, ma purtroppo la maggior parte delle persone non la percepisce a dovere se non ne ha già fatto esperienza. Incontro volentieri il rock o il pop, e talora mi arricchisco io stessa di nuove conoscenze: ogni persona è unica nel suo essere musicale e ha tantissimo da raccontare di sé anche se non ne è cosciente”.
Esiste davvero chi non ama la musica?
“È importante capire che siamo tutti ‘musicali’. Abbiamo il ritmo nel cuore che batte, nella voce, nel modo di camminare o di muoverci. Tutti abbiamo vissuto esperienze sonore ancor prima di nascere, attraverso il corpo materno. È una dimensione universale, e sono rare le persone che mi dicono di non amarla. Ci sono poi persone che nutrono timori e, come accade nei percorsi psicologici, non desiderano mettersi a nudo. Esistono poi forme neurologiche come l’‘amusia’, in cui non si riescono a riconoscere o apprezzare ritmi e melodie, ma per lo più chi sostiene di non amare la musica non considera che musica è anche tutto ciò che lo fa stare bene, anche solo i ‘silenzi’ della natura”.
Al di là della malattia, la musicoterapia può diventare un’occasione per conoscersi meglio?
“Offrirei gli stessi percorsi a chiunque, anche a chi è sano, perché davanti a me c’è sempre e ‘solo’ una persona. Certo, affrontiamo anche le difficoltà, come la malattia. Ma siamo tutti musicali indipendentemente dal fardello che portiamo, e riscoprirlo fa bene”.
Dà anche “compiti a casa”?
“Consiglio di provare a riprodurre ciò che facciamo insieme, perché col tempo può diventare automatico. Si comincia dalla cura della respirazione: il respiro è la prima forma di musica del corpo e guida alla concentrazione su noi stessi. È inoltre utile ritagliarsi uno spazio per sé, per il rilassamento, magari prima di coricarsi per favorire il sonno. Momenti in cui respirare in modo consapevole, con musiche adatte o esercizi specifici, rappresentano preziosi istanti di solitudine dentro cui ritrovarsi. A casa, infine, si possono anche sperimentare brani mai ascoltati prima: oggi l’offerta è vastissima e il web veicola infinite possibilità di fruizione. Un conto, però, è il sottofondo mentre si fa altro, che pure può essere utile ma non è una vera esperienza dedicata all’ascolto attivo. Quest’ultimo richiede occhi chiusi, una posizione comoda (o se si preferisce anche il movimento libero del corpo), e nessuna distrazione”.
Secondo lei abbiamo perso l’abitudine ad ascoltare?
“Un po’ sì, perché siamo bombardati da rumori: spesso non ascoltiamo più e ci chiudiamo persino alle persone che ci parlano, immersi come siamo nel frastuono. Anche il sottofondo musicale costante, come in certi negozi o ristoranti, è sbagliato: ostacola la concentrazione e il dialogo con l’altro. Il momento in cui fruire della musica va scelto e dedicato. Altrimenti la si commercializza, la si svende, senza valorizzarla”.
Pratica musicoterapia anche con persone che la musica la praticano?
“Può capitare. Di recente ho avuto tra i miei pazienti una persona che canta e suona a livello amatoriale e che, purtroppo, ha ricevuto una diagnosi di tumore. In questi casi sollecito la persona a fare ciò che ama e interagiamo su un piano diverso, da musicisti, magari improvvisando insieme. Se se la sente l’invito a cantare, cosa che risveglia la vitalità in modo incredibile. Può anche succedere che, dopo il percorso di musicoterapia, qualcuno cambi il suo modo di fare musica. Del resto si cresce insieme. Negli ascolti e nelle interazioni anch’io mi metto in gioco e ricevo molto”.
E lei, come è cambiata grazie alla musicoterapia?
“È mutato il mio rapporto con la musica soprattutto nella qualità del mio ascolto. Da professionista vedevo il pubblico felice dopo i concerti: la musica dal vivo è naturalmente una quantità di suono che impatta con viva emozione e rende felici. Io stessa ne percepivo gli effetti anche dall’‘interno’, circondata com’ero dai colleghi che suonavano attorno a me. Nei percorsi individuali e negli studi, invece, la musica ha acquisito un altro valore, che mi ha comunque fatto crescere come musicista. Ho imparato a conoscerla in ogni sua sfumatura e mi sono concentrata sulla relazione. Ogni persona inoltre mi dà molto: il legame che s’instaura con chi seguo è spesso profondo e non di rado nascono rapporti che restano”.
Chi desidera provare come può fare?
“Come dicevo, non occorre saper suonare. Per informazioni e iscrizioni basta rivolgersi alla LILT di Bolzano. Gli incontri si svolgono nel mio studio, in via Museo 6 a Bolzano: uno spazio pensato per accogliere al meglio la persona. I corsi di gruppo, invece, vengono attivati al raggiungimento di un determinato numero di iscritti. In alternativa resta sempre la possibilità dei percorsi individuali. Vi si accede su segnalazione delle psicologhe, su indicazione del referente LILT o contattando direttamente l’associazione, che valuta la richiesta. Il mio invito è semplice: provate. La musica abita già dentro ciascuno di noi, e riscoprirla può aiutare a ritrovarsi e stare meglio”.
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